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IL MANIFESTO STRAPPATO

Aggiornamento: 17 ott

Pubblicizzava un gelato alla vaniglia. In tema natalizio. Era dicembre: ci passavano davanti quando tornavano dal supermercato, durante il loro rito settimanale. Una convivenza fatta di riti, la loro. La forma quella del matrimonio, la sostanza quella di un lenzuolo liso. Poi venne gennaio e il manifesto era ancora lì. Ma di colore era bianco, non dava nell’occhio, e il ricordo delle feste ancora vicino. Giunsero febbraio e marzo con le prime giornate di sole. Loro ancora intenti a seguire le abitudini, convinti che servissero. Stonava quel manifesto natalizio con la stella cometa e il candido gelato. Iniziarono a farci le battute sopra, a ridere: era fuori posto. Lei diceva che era stato dimenticato, lui che no, doveva essere una strategia di marketing. Ma quale, si chiedeva lei. Aprile e maggio: fiori, profumi e gelato alla vaniglia. Chissà che gusto aveva davvero? Cominciava a sbiadire, era triste, eppure  loro ridevano. Volevano fare delle foto, in pantaloncini, in gonna corta, per creare una simpatica barzelletta. Ogni volta che tornavano dalla spesa dicevano così: faremo una foto, dicevano e non la facevano mai. Amavano parlare, era ciò che facevano meglio, insieme. Giugno e luglio e il manifesto non si muoveva. Una foto infine la fecero ma a lei mi piacque e la cancellò. Ad agosto e settembre gli angoli ormai si erano smussati e scollati: cedeva il manifesto. Cedeva sotto il peso dell’aria, della luce, del tempo. Tornando dalla spesa lo guardavano senza più dire nulla. Non erano rimaste battute. E forse nemmeno più importava. A ottobre il manifesto sparì, strappato via. L’errore corretto. Al suo posto una cornice di sporco. Lei se ne accorse subito ma non disse nulla e lui nemmeno. Il tempo delle battute e anche delle strategie era finito.

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